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Alice Pavarin, è una ragazza di 23 anni, nata e cresciuta in un paese della provincia di Rovigo, ha frequentato il Liceo Scientifico e poi ha intrapreso gli studi di Matematica presso la Facoltà di Ferrara dove si è laureata nel luglio 2007, proprio 2 mesi prima di iniziare il suo anno di Servizio civile volontario. Ora prosegue gli studi con la Laurea Specialistica e anche durante la sua esperienza di servizio presso la comunità terapeutica di Denore e la condivisione di vita nella casa famiglia Betlemme di Ferrara, ha continuato a sostenere gli esami di Matematica dimostrando di saper conciliare impegno sociale, scelte forti di vita con la sua formazione professionale personale. E’ approdata alla scelta dell’anno di Servizio Civile Volontario nella Comunità Papa Giovanni dopo aver fatto un’esperienza estiva di un mese in Cile, in una casa famiglia a Santiago. Già impegnata nello scoutismo successivamente ha vissuto altre esperienze di volontariato in campi di lavoro e di condivisione e doposcuola con adulti e minori svantaggiati. I suoi genitori, hanno saputo, con profonda saggezza, essere gli archi da cui Alice, loro freccia viva, è stata scoccata lontano.

Alice Pavarin ha svolto il suo anno di Servizio Civile Volontario 2007/2008 con l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII presso la sede della Comunità Terapeutica di Denore in provincia di Ferrara.
La Comunità è situata in una grande casa colonica ristrutturata nella campagna ferrarese, lungo l’argine destro del fiume Po. Questa struttura è convenzionata con l'AUSL di Ferrara per 17 posti residenziali ed è una comunità di tipo pedagogico riabilitativo rivolta innanzitutto a persone con problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti, alcool, farmaci, gioco d’azzardo, ….
La casa inoltre accoglie persone che, a causa di molteplici fattori (mancanza di una rete famigliare, senza una fissa dimora, disoccupazione, uscita dal carcere o da altre comunità terapeutiche, problemi psicopatologici o psichiatrici non gravi) richiedono un intervento d’aiuto o una qualche forma di protezione sociale e relazionale. La Comunità Terapeutica di Denore cerca di divenire per le persone accolte uno spazio motivazionale in cui, insieme agli operatori e ai volontari, la persona elabora una strategia per il proprio futuro, un percorso per migliorare la propria qualità di vita, la propria dignità e per creare le basi di un suo recupero e reinserimento sociale.
Alice Pavarin ha condiviso la vita in struttura per 5 giorni la settimana in turni mattutini, pomeridiani oppure qualche volta serali quando conduceva dei cineforum con approfondimenti tematici per le persone accolte. Durante la sua presenza nella Comunità ha sempre consumato i pasti insieme ai ragazzi e agli operatori in un clima famigliare e fraterno. Il suo ruolo all'interno della casa consisteva nel collaborare con il responsabile di struttura, gli educatori e gli altri volontari nell'organizzazione e gestione delle attività quotidiane di condivisione con gli accolti, affiancandoli nello svolgimento dei lavori, accompagnandoli a lezioni, attività e corsi sportivi, uscite, momenti ludici e di aggregazione giovanile; svolgendo attività di cura e di accudimento dei disabili presenti, collaborando nella gestione ordinaria della sede (riordino e pulizie).
In questo anno di Servizio Civile ha partecipato anche molto attivamente alle iniziative e alle attività ludico ricreative del Servizio Giovani dell’Associazione sul territorio ferrarese o nelle altre strutture della zona insieme ai giovani, agli adolescenti e ai disabili accolti in struttura o contattati sul territorio.

- In quale sede del progetto vorresti andare? - mi avevano chiesto al colloquio. Io non avevo letto dettagliatamente il progetto, io non mi ero informata con cura sulle caratteristiche delle realtà che avrei incontrato. Io non avevo fatto troppo i conti con me stessa per valutare attitudini, limiti e capacità. In fondo i motivi per cui avevo deciso di iniziare l’anno di servizio civile erano così profondi ed emotivamente carichi che avevo deciso di farli sfuggire, almeno in parte, al controllo della razionalità e del buon senso.
I miei studi e l’ambiente universitario mi avevano provocato un forte senso di insoddisfazione. Sentivo che c’era un mare tra il mio quotidiano e i desideri del mio cuore. Provavo sete di senso e libertà. La Papa Giovanni un po’ la conoscevo e da subito mi era piaciuta. Mi piaceva quel suo mescolarsi col “fondo dell’umanità” senza escludere nessuno, l’“incoscienza” delle persone che ci lavorano, con una fede nella Provvidenza che mi lasciava in bocca un sapore forte di libertà e poi perché riuscivano a non farmi mai sentire inadeguata o incapace. E così, presa da queste sensazioni fortemente positive per la comunità e dal senso di aridità che provavo ho scelto l’anno di servizio civile. Non importava il tipo di esperienza. La cosa fondamentale era quella di immergermi a pieno in una realtà di servizio senza stravolgere troppo la mia vita (che in concreto significava continuare gli studi).
E così eccomi sbarcata a Denore in provincia di Ferrara, comunità terapeutica di prima fase. Comunità terapeutica per tossicodipendenti. Tossicodipendenti. Quelli che i genitori sperano che un figlio non incontri mai in discoteca. Quelli che vedi in stazione con le pupille a spillo e il viso scavato, a cui a volte dai un euro scandalizzandoti con te stesso perché li hai aiutati a farsi un’altra pera. Quelli che hanno il volto segnato dal carcere e dalla strada e se li incontri per le vie ti tieni stretta la borsetta. Quelli che appartengono alla fascia debole della società, ma spesso non sono oggetto di pietà da parte dei “forti” perché si sa, il loro dolore se lo sono voluto tutto.
Senza saperlo mi ero fatta condurre per mano in un posto così. Io che vengo da un piccolo paese tranquillo, sono figlia di “buona famiglia”, mi divido tra parrocchia, amici e studio, io che… Io che pensavo di essere aperta, di non avere pregiudizi né paure nei confronti di ogni essere umano, io che pensavo… Io che forse sono più brava a pensare che a vivere, mi ero ritrovata lì.

A Denore mi sentivo come un bimbo in mezzo ad una complicata catena di montaggio. Non sapevo che bottoni premere, che leve tirare, non capivo la mia utilità lì dentro né il ruolo che avrei dovuto ricoprire. Intuivo che tutte le abilità di cui mi sentivo forte non sarebbero servite a un accidente. Mentre ero impegnata ad analizzare tutte queste sensazioni la vita invadeva piano piano i miei vuoti e iniziavano a nascere le relazioni con gli accolti.
Rimanevo (e rimango tuttora) stupita quando i ragazzi iniziavano a raccontarmi alcuni pezzi della loro vita. Mi sentivo lusingata di ricevere la loro fiducia ma spesso non sapevo dare risposta ai loro racconti. Ascoltavo, in silenzio, ogni tanto mi veniva voglia di pregare, e provavo strane sensazioni. Mi stavo “toccando” con gente ricca. Ricca di esperienze. Che era riuscita a lasciarsi andare spericolatamente alle correnti impetuose della vita, che aveva conosciuto gli aspetti più irrazionali e incontrollabili dell’anima, che conosceva il sapore del sangue e del dolore e che desiderava il tepore della speranza. Incredibile dov'ero capitata.
Non sapevo bene dove appoggiarmi. Ero inesperta e intimidita ma grazie a questo non ho potuto indossare molte maschere. Lentamente ho tirato fuori l’umiltà e ho apprezzato il modo in cui i ragazzi mi accoglievano, e la capacità che in molti avevano di andare oltre la mia apparenza sterile di “brava ragazza”, tirando fuori parti di Alice che prima mi erano quasi sconosciute.
Col tempo i ragazzi di Denore sono diventati per me frutto di provocazione e crescita. Ora guardo a loro come a quelli che credono che la vita gli stia dando un’altra possibilità. Quelli che ogni giorno, scegliendo di non mollare tutto, mi insegnano la fedeltà ad una scelta. Sono quelli che hanno l’umiltà di lasciarsi guidare e di investire in nuovi e profondi rapporti di fiducia. Sono quelli che sono stati emarginati dalla società ma provano a perdonare e a ricostruire sulle macerie. Sono quelli che sanno sorridere e scherzare nonostante il carico di fatica e paura pieghi spesso le loro spalle.
Con questo anno di servizio civile molte parti del Vangelo hanno preso vita. Riesco a dare un volto ai personaggi che hanno riempito la vita di Gesù. Ho visto con i miei occhi come le vere risurrezioni partano dai sepolcri ancora caldi di dolore.
Avrei ancora molte cose da raccontare. La mia vita in casa famiglia in questi mesi, i miei sogni per il futuro, il rapporto con le persone che mi hanno accompagnato in questa esperienza. Loro in particolare sono state fondamentali per rendere questi mesi così intensi e stimolanti, e se sono riuscita e rielaborare con queste righe il mio vissuto credo sia anche grazie a loro, che mi hanno dato fiducia e hanno imparato ad ascoltarmi anche quando non avevo voglia di parlare.
Per un compleanno, durante gli anni dell’asilo, mia mamma mi regalò un abaco. Io avrei decisamente preferito una Barbie ma così imparai a contare. C’è una frase di san Paolo citata nel libro “Con questa tonaca lisa” di don Oreste che continua a risuonarmi dentro: “la natura freme nell'attesa della rivelazione dei figli di Dio”. Forse questo anno di Servizio Civile in Comunità Terapeutica è stato un grande abaco che la vita mi ha regalato per aiutarmi a “rivelarmi” come Donna e come Figlia di Dio.

Maria Concetta Pappalardo, siciliana, 27 anni, laureata in psicologia. Nel corso degli anni ha svolto varie attività di volontariato, tra le quali ricorda con particolare emozione quella al Telefono Azzurro. Durante il tirocinio post-laurea in un centro di riabilitazione, viene a conoscenza del progetto di servizio civile nazionale “Fuori Le Mura” della Comunità nella zona di Acireale e decide di vivere con entusiasmo questa esperienza.

Attraverso timidamente l’uscio della porta di ingresso del Centro Diurno “Geremia” e sono travolta dal mondo che scopro al suo interno. Circa dieci ragazzi in festa mi accolgono, curiosi e desiderosi di sapere se trascorrerò l’anno insieme a loro. Sono un po’ confusa, ed emozionata nel vederli così calorosi ed entusiasti del mio arrivo.
Gli utenti del Centro Diurno sono ragazzi e ragazze con ritardo mentale medio-grave, “portatori sani” di tanta voglia di fare e scoprire cose nuove. Così, ad esempio, il laboratorio di cucina diventa il luogo e il tempo in cui scoprire ed elaborare con fantasia nuovi piatti, dai nostrani a quelli esotici! Ci si impegna in compiti diversi che siano congeniali alle capacità e agli interessi di ciascuno: chi grattugia il formaggio, chi pela le patate, chi rompe le uova per una appetitosa frittata! Tutto richiede il massimo impegno dei partecipanti ed un sano spirito di collaborazione; questo ci ha permesso di realizzare persino piatti tipici della cucina russa come ad i “Varenichj”.
Le attività svolte in gruppo necessitano di “ricette” che non siano solo culinarie.
L’ ingrediente fondamentale è l’ attenzione da parte dei responsabili a far sì che lo stare insieme sia per tutti un momento di crescita e di integrazione sociale.
Le attività in cucina non sono l’unica specialità. Le nostre giornate insieme trascorrono tra il confezionare bomboniere, giocare sul prato, gareggiare con percorsi ad ostacoli, recuperare e mantenere le competenze scolastiche, disegnare e colorare cartelloni che possano fungere da supporto alle riflessioni sui versetti della Bibbia o sulle attività svolte in precedenza…
E io? Faccio “con” e “per” loro! Cercando, momento dopo momento, di dare spiegazioni chiare alle curiosità e di donare attenzione e tanta voglia di fare e di collaborare.

L’emozione è la cosa che rende unica questa esperienza. Il nostro stare insieme nelle attività quotidiane è colorato e animato da sorrisi, volti tristi o imbronciati, parole di disappunto e di rabbia, e anche tanti “no”.
Ciascuno di noi ha portato nel gruppo la sua unicità, mettendo in comunione con gli altri tutto se stesso e vivendo a pieno ogni momento.
Questa esperienza per me è stata molto significativa: ho imparato a sorridere e ad emozionarmi di fronte alla semplicità di uno sguardo e stupirmi dinnanzi a elementi della quotidianità che in precedenza consideravo scontati. Svolgere un esercizio di matematica, come l’associazione di simboli a numeri, non è più una semplice operazione meccanica, si trasforma in emozione nel momento in cui per qualcuno diventa una grande conquista!
Ho imparato a stare insieme agli altri ascoltandone i bisogni, che spesso non corrispondono a ciò che viene verbalizzato. È importante ascoltare col cuore, osservare i gesti e cogliere lo sguardo di chi ti sta accanto; spesso una semplice carezza può divenire un segno di complicità, di conforto o di sostegno e può comunicare “che non si è soli”.
Ho imparato a ringraziare a fine giornata per tutto quello che vivo, sperando di essere riuscita a donare anche una piccola emozione, sempre poco rispetto a quelle che ho ricevuto.

CONTESTO
La Comunità Papa Giovanni XXIII è presente ad Acireale da 15 anni.
Il Centro Diurno “Geremia” è gestito dalla Cooperativa Sociale “Rò La Formichina”, promossa dalla Comunità stessa.
A “Rò la formichina” stanno trovando vita e dignità, anche con lo strumento del lavoro, ragazzi portatori di handicap, ragazzi a rischio di devianza, con problemi della giustizia e detenuti.
La presenza della Cooperativa in un territorio particolarmente difficile (quello siciliano) dimostra anche, in una società in cui “i diritti non sempre sono uguali per tutti”, come con dovuto sostegno tanti ragazzi possono partecipare ad attività lavorative e diventare produttivi.
Anche per questo sulle pareti della falegnameria campeggia una scritta a caratteri cubitali che ammonisce: “in questa cooperativa non si paga il pizzo a nessuno. Si prega di non insistere. Dio solo è la nostra forza e solo a lui siamo debitori”.
E’ forte infatti nel territorio la paura di tanti che lavorano e danno lavoro e sono schiacciati da una realtà violenta che crea povertà e sudditanza, che vuole controllare tutto, che trasforma in interesse di pochi il lavoro di tutti, che ricatta ed uccide. Di questa realtà facevano parte, ed erano vittime, anche i giovani a rischio che oggi lavorano nella comunità. Rifiutare con fermezza tutto ciò, attraverso il lavoro onesto, significa per loro rompere definitivamente con il passato.
Gli ospiti sono minori che hanno concluso la scuola dell’obbligo, minori in pena alternativa al carcere, portatori di handicap non autosufficienti per minorazioni fisiche, psichiche o con manifestazioni di sindromi psichiatriche, per i quali non è possibile nessuna forma di inserimento nel mondo del lavoro.
L’intervento si ripromette di offrire ospitalità diurna, assistenza mirata ai bisogni dei singoli utenti, accogliendo il ragazzo nella sua globalità e unicità..
Le attività svolte sono varie: alcuni lavorano in falegnameria, altri confezionano le bomboniere, altri ancora raccolgono e selezionano i panni usati.
Inoltre si favorisce l’integrazione sociale attraverso la frequenza di strutture esterne a carattere sportivo e ricreativo. L’impegno richiesto dal lavoro si alterna con gli spazi dedicati all'equitazione e al nuoto in piscina, con i momenti di divertimento durante i laboratori di teatro, i giochi sul prato e i percorsi ad ostacoli.

Marsela ci racconta...

Da quasi un anno svolgo il servizio civile alla Capanna di Betlemme.
Da quasi un anno sono testimone di una realtà nuova, una realtà che prima anch'io volutamente lasciavo ai margini.
Chi sono i barboni?
Persone, con una vita di sofferenza: chi ha rotto con il coniuge, con i genitori, con i figli. Altri si sono ritrovati senza casa dopo anni di reclusione in carcere o negli ospedali psichiatrici. Altri ancora hanno soltanto perso il lavoro e subito uno sfratto. È certo che pochissimi hanno scelto consapevolmente questa vita e se lo fanno, hanno sempre alle spalle una storia di difficoltà e sradicamento che li ha portati a non farcela nella vita normale.
La quotidianità della Capanna inizia con la colazione e i vari compiti assegnati ad ognuno, volontari o accolti che siano. Alcuni lavorano alla cooperativa della Capanna stessa, altri sono inseriti al centro diurno “Il Biancospino” dove trascorrono metà della giornata svolgendo vari lavori manuali, altri ancora sono occupati nei i lavori di casa. Sono molti i compiti di ciascuno, e comunque l’ora di pranzo arriva in fretta e ci troviamo tutti a tavola ad assaggiare ciò che il volontario di turno ha preparato. Dopo il pranzo, la pausa, che chiunque sfrutta a modo proprio, (chi legge, chi prega, chi gioca a pallone, dorme, sente la musica, guarda la Tv, pensa, oppure si fa un pisolino). Poi si riprendono le attività della giornata. Verso le 19:15 viene fatto il primo giro alla stazione per accogliere le persone bisognose, dopo cena ci sono i momenti di aggregazione che puntano a limitare le diversità e a trovare punti di incontro cercando di stimolare l’unione sociale tra persone differenti.
Nel frattempo si prepara il mangiare per chi, (rarissime volte per scelta) per mancanza di un posto letto, è rimasto fuori, in giro per la città. Probabilmente, - chissà - in stazione, all'ospedale, sotto qualche ponte, nei parchi, sulle panchine o nelle case abbandonate o in altri non-luoghi, forse aspettando proprio noi… e così arrivano le 23:30 e si corre giù di nuovo alla stazione per “il secondo giro”.
Mi viene da pensare che chiunque, prima di conoscere a fondo il problema, può affermare che queste persone siano dei fannulloni, sporchi, parassiti senza speranza, pazzi, ubriaconi o tossicodipendenti perché vogliono. Non è così. Il loro “stile di vita” non è una critica sociale, ma una limitazione a cui sono stati forzosamente condotti per diversi motivi. La maggior parte di loro dichiara che, se ne avesse l'opportunità, vorrebbe avere un'abitazione e un lavoro stabile, e vivere normalmente anziché sopravvivere per strada.
Ho realizzato che dentro questa condizione di povertà, dentro ogni "barbone", per quanto mal ridotto sia, c'è un uomo, c'è un essere vivo che respira e palpita, che ha avuto una lunga storia di privazioni e di infelicità, di disamore, di solitudine e di violenza.
Sicuramente, da oggi in poi, ogni volta che incontrerò un "vagabondo", guardandolo, avrò curiosità di conoscere qualcosa sulla sua storia e di capire quali sono state le cause che lo hanno portato a quell'estrema povertà. Chissà se ha avuto qualcuno che si è preso cura di lui? È stato amato o rifiutato? Anche lui avrà sperato nel futuro e avrà sognato di diventare qualcuno?

Il contesto in cui opera la nostra volontaria

Marsela Spahiu, 22 anni, viene dall'Albania. Dopo varie esperienze lavorative in collaborazione con l’Organizzazione “Save the Children” come animatrice sociale e nei centri cattolici come volontaria, si inscrive all'università di Bologna, Facoltà di Scienze della Formazione. Da dicembre 2007 presta il servizio civile per stranieri presso la Capanna di Betlemme.
Marsela è inserita in un progetto di servizio civile per stranieri, un’opportunità prevista da 3 anni da una legge regionale dell’Emilia Romagna. La Comunità Papa Giovanni XXIII gestisce uno dei 32 progetti attivati nel 2007 sul territorio regionale, e vi sono coinvolte 2 strutture a Rimini, la Capanna di Betlemme e una pronta accoglienza per ragazze uscite dalla prostituzione schiavizzata. I requisiti di partecipazione al bando sono gli stessi previsti per il servizio civile nazionale, salvo che i ragazzi non sono cittadini italiani, ma stranieri residenti o domiciliati nel nostro paese e in possesso di un regolare permesso di soggiorno.
”Attraverso l’inserimento di noi giovani in servizio civile nelle strutture educative viene stimolata la conoscenza e lo scambio tra le diverse culture, le tradizioni e gli stili di vita, in una relazione di pari dignità e all'interno di un contesto che facilita di per sé l’approccio alla diversità – racconta Marcela -. E’ un obiettivo che si sviluppa attraverso la promozione, la conoscenza e la comunicazione tra culture differenti, prevede il nostro inserimento in un processo di crescita e cambiamento attraverso un percorso di messa in discussione di valori, certezze e consuetudini.
Siamo accompagnati nella costruzione di un percorso di riflessione in cui possiamo mettere in relazione diversi punti di vista”.
Per la Comunità papa Giovanni XXIII è una sperimentazione significativa da valorizzare sempre più (infatti nel bando 2008, appena approvato, è inserita una nuova struttura).
“E’ un esperienza che smonta diversi pregiudizi sociali che ci sono nei confronti dell’immigrato, - spiega Michele Cavicchioli del Servizio obiezione di coscienza e pace, che segue i ragazzi nel percorso formativo. “Si è rivelata molto utile per coinvolgere nella vita della nostra comunità giovani che provengono da culture e mondi differenti. Il risultato è duplice. Per i volontari una possibilità attraverso cui inserirsi maggiormente nel contesto in cui vivono. Per la struttura un momento di crescita inevitabile e una forma di verifica del proprio modo di rapportarsi con i cittadini stranieri, ampliando il rapporto con le comunità di immigrati presenti sul territorio.”

Contatti

Servizio Obiezione di Coscienza e Pace - Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII - Struttura di Gestione del Servizio Civile - 
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