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di Andrea Cuminatto, Annafranca Loparco, Emanuele Piccioni

CHI SIAMO?
 
Tre giovani provenienti da tre luoghi diversi con tre differenti aspettative da un unico progetto, incontratisi all’estero per dare una svolta alle proprie prospettive di vita. È iniziata con una tazza di cioccolata e un sacchetto di churros, l’avventura a Granada di Annafranca, Andrea ed Emanuele, lanciati nel mondo grazie al progetto S.F.Eu.S.Fo.L. organizzato dalla Papa Giovanni XXIII.
Questi ragazzi siamo noi, e di strada ne abbiamo fatta tanta fin dall’inizio, soprattutto per salire la sfiancante collina in cima alla quale ci attendeva la casa del “Servizio Obiezione e Pace” di Mercatino Conca (PU), sede delle nostre formazioni pre-partenza. Di salite ne avremmo ben presto fatte tante altre, ma questa storia ve la raccontiamo un po’ per volta.
I nostri cammini non sono sempre stati uniti.
Annafranca è una cittadina del mondo, nata per caso in Italia. Ha alle spalle una laurea in Comunicazione Internazionale, un master in Cooperazione Internazionale e Sviluppo in America Latina ed un altro in corso in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Nonostante le scarse opportunità lavorative finora incontrate, si propone ogni giorno di essere ottimista e forte. Le piace disegnare ed ha una passione smodata per tutto quanto concerne la latinità, la cultura mediterranea, i Paesi andini, l’arte e la passione in movimento, ovvero il ballo: insomma, un’ottima compagna di viaggio.
Andrea è un giornalista, un blogger, un viaggiatore. Ha una laurea in Media e Giornalismo e una laurea magistrale in Comunicazione Strategica. È la seconda volta che vive per un periodo in Spagna, di cui è innamorato, come del resto è innamorato di ogni luogo in cui ci sia qualcosa da scoprire e qualcuno con cui condividere parole ed esperienze. Non riesce a star fermo e ha bisogno di conoscere persone sempre nuove e vedere ogni giorno una nuova parte del mondo, in cui si propone di vivere da protagonista.
Emanuele è un architetto, laureato da 8 anni, sempre in cerca di spunti creativi e con una grande voglia di mettersi in gioco per capire le proprie capacità. Amante delle nuove esperienze, delle usanze e dei costumi locali, si è fatto trasportare in pieno da questa città che rappresenta da secoli un punto di incontro di civiltà, una città viva densa di storia, con un patrimonio umano ineguagliabile e con persone dal carattere forte ma gentile. Appassionato di fotografia cerca di imprimere i suoi ricordi in modo indelebile per se e per gli altri e, chissà, forse anche per cercare di prendere il più possibile da questa esperienza.
Sconosciuti diventati colleghi e coinquilini, poi amici, che si sono trovati a condividere non solo un ufficio e un appartamento, ma anche un’esperienza di vita durata ben 10 settimane.
 
COSA ABBIAMO FATTO A GRANADA?
 
Vi diamo tre indizi: Europa, Creatività, Collaborazione. Sono queste le parole chiave della nostra quotidianità nell’ufficio della SICI Dominus, l’azienda che ci ha accolti come tirocinanti. A pensarci bene, anche Accoglienza si può definire come uno dei cardini di questa esperienza. Fin dal primo giorno siamo stati ricevuti e inclusi nell’ampio e variegato gruppo dei colleghi di lavoro, ognuno dei quali ci ha accompagnati a suo modo in questo percorso, rendendoci facile integrarci in questo mondo nuovo e guidandoci nell’apprendimento del mestiere di Europrogettisti.
Europa è la parola chiave alla base del nostro progetto, intitolato Skills for Europe, skills for life, che aveva come scopo primario quello di darci uno sguardo nuovo e differente sulla realtà europea e sulle opportunità che l’Unione offre ai giovani come noi. Un’esperienza che oltre a farci sviluppare competenze per lavorare in Europa, ci ha fatti crescere a livello personale. Dalla semplice ricerca di un cliente alla gestione dei contatti internazionali, fino alla redazione di documenti ufficiali e veri e propri progetti da presentare alla Commissione Europea e alle sue Agenzie Nazionali: sono state queste le nostre principali mansioni giornaliere. Questo ha incrementato però anche la nostra autostima, sicurezza e consapevolezza delle proprie capacità. Pensare in italiano, scrivere in inglese e parlare in spagnolo, tutto contemporaneamente, ci ha messi alla prova e ci ha aiutato ad abbattere le barriere della timidezza e dell’insicurezza.
Creatività e collaborazione vanno di pari passo nella redazione di un progetto. È difficile rendere unico il tuo progetto, farlo distinguere dai tanti presentati, e la conoscenza approfondita dei meccanismi decisionali e delle direttive europee non basta. L’originalità può rivelarsi la chiave del successo non solo del singolo progetto, ma anche del progettista e dell’impresa che ha alle spalle.
Ma non si può fare tutto questo da soli. È insieme che si trovano le idee migliori ed è attraverso il confronto che si dà maggior prova della propria creatività per pianificare il progetto più adatto al luogo, alla situazione e ai beneficiari interessati.
 
IN UFFICIO OGNI GIORNO
 
Ci siamo dati una missione: interconnettere l’Europa! Siamo stati decisamente facilitati fin dal primo giorno quando, arrivati in ufficio, ci siamo resi conto che non eravamo poi così tanto “stranieri”. Romania, Bielorussia, Stati Uniti, Brasile… non è solo la Spagna ad essere rappresentata fra le scrivanie della SICI Dominus. A volte calmo a volte frenetico, il ritmo di lavoro a Granada è segnato da un rapporto costante e un confronto continuo con i colleghi. Il telefono suona e già sai che se l’altro capo è in Italia ti passeranno la cornetta per prendere almeno momentaneamente le redini di una collaborazione progettuale internazionale. Quando il telefono non suona, devi essere tu, fra la redazione di un report e una riunione interna, a digitare il numero di un possibile partner al capo opposto del continente.
 
OLTRE LA SCRIVANIA
 
Alcuni penserebbero che una volta terminata la routine giornaliera delle 8 ore di lavoro, non rimanga altro tempo per avere una vita sociale e coltivare i propri hobby. In realtà, complice la magica cornice andalusa nella quale abbiamo vissuto e l’irrefrenabile voglia di non perdere neanche un’ora del nostro tempo libero – nonostante a volte, ma raramente, la stanchezza l’avesse vinta sul nostro entusiasmo – ognuno di noi ha pienamente usufruito delle opportunità offerte dalla città.
Non potremo mai dimenticare le escursioni per le intricate e tortuose stradine del centro storico, alla scoperta del passato arabo di Granada nei quartieri arabo e gitano, come le passeggiate in bicicletta lungo il fiume Darro accompagnate dalle nostre risate e dalle tante amicizie fatte un po’ per caso e un po’ per la voglia di integrarci al massimo in quel mondo.
 
COSA CI HA LASCIATO L’ESPERIENZA DEL LEONARDO DA VINCI
 
Cosa passa per la testa di un giovane che compila il modulo di domanda per il Leonardo? Tornando con la mente a quasi un anno fa, ci rendiamo conto che nessuno di noi sapeva esattamente cosa aspettarsi. È stato un salto nel vuoto, dettato dalla voglia di cambiare qualcosa nella propria vita, o semplicemente di fare un’esperienza nuova che aprisse qualche porta in più alle opportunità lavorative. Ricordando il colloquio di selezione, tanti erano i nostri timori, le nostre insicurezze circa l’essere all’altezza di un profilo professionale sempre più richiesto nel mondo del lavoro e allo stesso tempo tanta era la nostra voglia di metterci alla prova.
Dal punto di vista linguistico la sfida maggiore: sviluppare ed utilizzare ogni giorno un bagaglio lessicale settoriale che ci avvicina alla realtà che viviamo e che ci ha permesso di confrontarci con altri Paesi, altri modi di instaurare rapporti di lavoro, altri punti di vista. Si sente forte, nella quotidianità di questa esperienza, la differenza da un qualsiasi viaggio all’estero. Le prove da affrontare ogni giorno sono spesso difficili e non hai alternative: devi superarle.
Nel corso di queste settimane siamo cresciuti molto. Ora abbiamo le idee più chiare su cosa possiamo offrire alla nostra società e cosa la società europea possa offrire a dei giovani come noi. Ovviamente non bastano pochi mesi di tirocinio per dare una vera e propria svolta alla propria vita, ma il processo di crescita che apre un Leonardo dentro di ognuno va al di là dell’esperienza in sé.
S.F.Eu.S.Fo.L. è stato svegliarsi ogni giorno con la consapevolezza di far parte di un progetto più grande, di aver fatto una scelta decisiva nella propria vita. È stato spendersi a favore dell’integrazione europea, della messa in comune degli obiettivi di molti attraverso la mediazione di alcuni. È stato far parte di una squadra di progettisti il cui compito è quello di filtrare le necessità di più partners, organizzarle metodologicamente e dar forma a un desiderio.
 
¡¡¡MUCHAS GRACIAS PAPA GIOVANNI!!!
 
Si, dobbiamo ringraziare veramente la Papa Giovanni XXIII per questa chance unica. Con la crisi economica che il nostro Paese sta vivendo e con le sempre maggiori difficoltà per un giovane di inserirsi nel mondo del lavoro, beneficiare di una tale opportunità ci fa sentire fortunati e privilegiati.
Ai giovani come noi vogliamo dire di non perdersi d’animo e non lasciarsi influenzare dal pessimismo diffuso di chi prognostica una crisi senza fine. Quello che abbiamo compreso grazie a questo tirocinio è che l’Europa offre numerose e variegate opportunità per chi ha voglia di mettersi in gioco e non ha paura di rischiare e di lanciarsi nel mondo in prima linea.
A te, giovane che hai appena scaricato – o che leggendo quest’articolo avrai voglia di scaricare – il fatidico modulo di partecipazione a un Leonardo, vogliamo dare qualche consiglio su come partire.
 
COSA METTERE IN VALIGIA:
- Tanta voglia di metterti in gioco
- Ottimismo
- Spirito di avventura
- Grande capacità di adattamento
- Voglia di sperimentare la vita in un contesto geografico diverso
- Socievolezza e spirito comunicativo
- Voglia di lavorare in gruppo.
 
COSA LASCIARE A CASA:
- Ogni forma di pregiudizio verso le altre culture
- Insicurezza per le proprie capacità
- Individualismo.

 

A te, giovane che seguirai i nostri passi, non sappiamo in che parte di mondo capiterai, ma dopo aver vissuto qui non possiamo che augurarti buona fortuna e ripeterti le parole di Emmeline Stuart Worthley (1852) per descrivere la nostra visione della città: Granada, a la que se ama antes de verla y cuando se la ve, se la ama aún más (Granada, che si ama prima di vederla e quando la si vede, la si ama ancor di più).

di Andrea Cuminatto

L’uomo non è il suo errore”: questa frase di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, campeggia nella sala da pranzo della Capanna di Betlemme di Funo (BO), dove ogni sera cenano insieme fra 20 e 30 persone senza fissa dimora. Ed è proprio con lo spirito di guardare all’uomo – e non agli errori che può aver commesso nel corso della sua vita – che operatori e volontari della casa di accoglienza si impegnano giorno dopo giorno per dare un pasto, un letto, ma soprattutto l’ascolto a chi ne ha bisogno.
Alla Capanna si mangia, si dorme, ci si fa una doccia. Alla Capanna si parla e si guarda la TV insieme, si canta e si raccontano barzellette. Alla Capanna non si trova una casa, si trova una famiglia. Una famiglia fatta da chi ci vive quotidianamente. Non importa che tu sia Italiano, Russo o Bengalese, che tu ci passi una sola notte o che ci torni ogni sera per due settimane, sarai accolto sempre allo stesso modo: con le braccia aperte. Chi vive nella casa ne ha compresa l’importanza.
Fra le circa 10 persone residenti nella struttura bolognese c’è chi viene da un passato di alcol 
 
e droga, chi ha rubato e rapinato, chi si è trovato agli arresti domiciliari. Persone diverse, con storie talvolta pesanti alle spalle, ma con qualcosa in comune: ognuno di loro ha trovato chi gli ha dato occasione di riscattarsi e di dimostrare a se stesso e agli altri che cambiare vita è possibile. E’ possibile in una quotidianità scandita dal lavoro, dal servizio e dalla preghiera.
Alle 8 del mattino i senzatetto sono tornati in città e la casa viene messa a nuovo, strigliata come un cavallo da corsa, per essere pronta alle 6 del pomeriggio ad una nuova gara nell’aiuto del prossimo. Ci si dà una mano alla Capanna, proprio come in famiglia. Mentre qualcuno pulisce i bagni, c’è chi spazza le stanze e chi sistema la sala da pranzo, e in cucina qualcosa è già sul fuoco per offrire un pasto caldo agli ospiti di stasera.
Quando non ci si dedica all’accoglienza dei clochard, nelle ore centrali della giornata, ognuno ha qualcosa da fare. Chi non è impegnato in progetti di reinserimento nel mondo del lavoro non sta con le mani in mano: c’è una persiana da pitturare, un mobile da aggiustare, il prato da tagliare. Ognuno fa quel che può e quel che sa fare, ciascuno ha una dote e alla Capanna di Betlemme la riscopre.
 

 

E se in una giornata d’inverno passi di lì, non stupirti se troverai uno stereo acceso a dare il giusto tono alla preparazione dei panini da portare in stazione. Non meravigliarti se ci sarà sempre qualcuno che si offrirà di sparecchiare e lavare i piatti al posto tuo. Non sgranare gli occhi di fronte ai disegni di Cip&Ciop, Pluto o Topolino che troverai sul tavolo: non li ha fatti Walt Disney, anche se non si nota la differenza. Alla Capanna di Betlemme ognuno è quel che è, e lo è con la consapevolezza che, qualsiasi cosa ci sia nel nostro passato, abbiamo sempre qualcosa di buono da donare agli altri.

di Alessandra Todesco

Articolo sull’esperienza del Progetto Leonardo da Vinci Sfeusfol. 

 

Bruxelles, gennaio-marzo 2014 In queste righe c’è il racconto di un viaggio. Il viaggio di un turista, il viaggio di un emigrante, il viaggio di uno scopritore curioso di terre sconosciute, il viaggio di un corpo libero, che guarda con occhi nuovi quello che vede, il viaggio di una mente che chiede, in ogni luogo nuovo che ha davanti a sé. Il viaggio di un’anima in cerca di perché.
 
Un viaggio che è iniziato un anno fa, in un paese minuto ai piedi delle colline romagnole, dove arrivavo inaspettatamente a raccontare la mia vita, il mio desiderio di partire per l’Europa, la sete di imparare, il bisogno di riportare a casa una parte nuova di me, di donare la mia esperienza alla terra che abito, e che amo, nonostante tutto.
Un viaggio diventato nel tempo, nei soggiorni residenziali in una casa che ho sentito presto famiglia, un incontro di persone sorprendentemente simili a me con cui percorrere questo cammino, nei giorni passati insieme a condividere le nostre vite, a coinvolgerci nelle nostre esperienze, nei nostri passati, e nei sogni per i nostri futuri.
Un viaggio destinato ad un frammento d’Europa poetico e affascinante nella sua storia, nei suoi paesaggi nostalgici e misteriosi, pieni di una ricchezza “fiamminga”, che tanta arte ha immortalato.
Un viaggio vissuto tra il Belgio, le Fiandre, l’Olanda, l’alta Francia, e il profumo di immenso del mare del Nord. Dalla vita bruxellese che ho abitato per due mesi, ai canali silenziosi di Amsterdam la domenica mattina, dall’incanto di Bruges al tramonto alla meraviglia dello stile gotico di Gent, alla storia e alla vitalità di Oostende, fino a Lille, con le sue chiese imponenti e sprofondate in un silenzio secolare, e scorci di viuzze popolari, che scompaiono dalle piazze della città.
In questo viaggio c’ero io. Accanto a me, due compagni di viaggio incontrati alla partenza, e donati dalla vita a riempirmi l’anima di sentimenti bellissimi e irrinunciabili, che parlano fiducia e accoglimento dell’altro, in ogni momento.
Di questo viaggio ricordo delle immagini. Degli attimi, delle fotografie di emozioni, di sguardi assorti nella metro la sera, di parole appassionate in un francese scarno, di bimbi festosi a cui sorrido dicendo “Je suis desolé, ma je ne parle pas bien le français!”, di piazze illuminate e brulicanti di vita, delle baguette della colazione, delle cene condivise tra le risate, dei mercati popolari, dei palazzi barocchi di Bruxelles, delle istituzioni europee, con il loro fascino contemporaneo. Ricordo il sentimento di pienezza vivissima e di passione pulsante per l’arte assaporato nei musei e nei teatri, e la poesia dell’incontro con popoli di culture meticce che condividono uno spazio, una tradizione, un linguaggio.
Ricordo delle voci, e delle parole. Le voci talvolta tese e talvolta divertenti dei colleghi a lavoro, le parole del linguaggio “europeo” nelle conferenze in Parlamento e in Commissione, e quelle più leggere che diventano leit motive di un’esperienza condivisa, e che alla fine ci appartengono, appartengono ad un luogo, ad una casa, a delle persone, come un allegro “Buongiorno” o un irresistibile “Ma che gente!”.
Ricordo delle musiche. Le musiche dei concerti di piano, le colonne sonore dei vernissage di pittura o fotografia, le fisarmoniche e i violini degli artisti di strada, le canzoni ballabili anni ’90 su cui fare il karaoke la sera. E poche canzoni a dare senso a un momento della vita che riporta a casa un’anima nuova di me.
Dentro poche canzoni mi porto anche del dolore. Della sofferenza che a volte si incontra nella vita, che forse è il motivo per cui si parte. Per lasciarsi alle spalle qualcosa. Per tentare di dare un senso, anche quanto il senso sembra svanire. Per capire che gli incontri che fai possono regalarti un sorriso anche mentre piangi, e che nulla accade per caso. Per dare valore a ogni istante. Per lasciarsi attraversare dai momenti, dalla gioia come dalla disperazione, perché essi costruiscono ciò che siamo.
Al termine di questo viaggio fuori e dentro di me abito una terra nuova, che è quella della mia esistenza di donna di trent'anni, che matura ogni giorno consapevolezze di sé e può costruire un Io, un Io più vero, nutrito da esperienze preziose e necessarie come quella appena conclusa, che sono un progetto professionale, ma prima di tutto un approccio alla vita, al suo essere incontro in presenza, e scoperta gioiosa di umanità.
Di questo viaggio meraviglioso mi porto il desiderio di vivere ogni giorno nella curiosità e nel bisogno di conoscere terreni inesplorati del mondo e dell’interiorità. Per riuscire a guardare sempre con occhi luminosi e non miopi ciò che ci accade, e ciò che siamo. 
Da dove davvero veniamo.
E dove vogliamo andare. 

 

 

di Valentina Testa

Articolo sull’esperienza del Progetto Leonardo da Vinci Sfeusfol. 

Attenta ai colpi di calore” mi dicevano, “Dai, che adesso sei preoccupata ma vedrai che non vorrai più tornare!”, “Granada è un incanto,te ne innamorerai”… Sono partita il 28 aprile 2013 con la testa brulicante di messaggi e frasi di amici e parenti, che fino a quel momento non trovavano un riscontro nella mia esperienza concreta, e così restavano lì, a fare un’eco, a confondermi un po’ in attesa di essere comprovati.

 
Sono arrivata di domenica in una Granada fantasma, molto piovosa e grigia, fredda per usare un eufemismo. Senza il giusto abbigliamento, i primi giorni sono stata costretta a dormire con strati di vestiti addosso e ad accendere i riscaldamenti nell’appartamento messo a disposizione per i partecipanti al Progetto. Non mi sembrava possibile che la mia esperienza iniziasse in maniera così traumatica, e poi la città non mi piaceva, non riuscivo a coglierne il fascino.
 
Non so quale magia sia avvenuta dopo, ma mi ritrovo adesso a sentire una nostalgia infinita per una dimensione di vita che definirei privilegiata, per il dono che ho ricevuto grazie alla partecipazione al Progetto “Skills for Europe, skills for life II”. Sicuramente il clima ha contribuito alla riuscita dell’”incantesimo granadino”, migliorando nettamente nelle settimane seguenti, ma anche la conoscenza di molte persone di diverse nazionalità -in una città dallo spirito così multiculturale- mi ha stimolato e arricchito moltissimo, senza contare che finalmente sono riuscita  a scoprire l’architettura moresca, i paesaggi,il fascino di ogni strada, piazza o vicoletto, un piacere per gli occhi ed il cuore di qualunque flaneur.
 
Ma quando parlo di “privilegio” non mi riferisco solamente alla bellezza e al divertimento di cui ho potuto godere... Dal punto di vista formativo e lavorativo, infatti, questa esperienza è stata una grande occasione di crescita, a volte una sfida che mi ha portato a sfoderare tutte le mie capacità e ad acquisirne di nuove. Lavoravo in un’impresa che si occupa di euro-progettazione ma fornisce anche altri servizi a enti pubblici e privati, il che si è tradotto nell’organizzazione di “Spark”- un congresso internazionale sui Telecentri funzionanti in tutto il mondo- durante il quale ho svolto operazioni di segreteria e accreditamento dei partecipanti, utilizzando lo spagnolo come lingua principale e l’inglese con gli ospiti stranieri. Quotidianamente lavoravo molto su traduzioni dall’inglese allo spagnolo e viceversa (e nessuna delle due è mia lingua madre), svolgevo commissioni e producevo testi informativi e documenti relativi a diversi progetti, in corso o da svolgersi. 
La sfida più grande, però, è arrivata nel momento in cui il mio tutor ha deciso di affidarmi una notevole responsabilità: la stesura di un progetto relativo al “Programma Erasmus per giovani imprenditori”. Il mio obiettivo sarebbe stato creare una rete di cinque entità di almeno quattro paesi europei, che avrebbero dovuto agire come Organizzazioni Intermediarie, cui i giovani imprenditori alle prime armi e quelli  con esperienza si sarebbero potuti rivolgere per realizzare scambi internazionali. L’obiettivo del progetto era quindi permettere a dei giovani con idee e creatività, di acquisire competenze e vivere per un periodo all’estero, presso l’impresa di un businessman con anni di esperienza alle spalle, al fine di apprendere,collaborare e creare sinergie, per poi tornare nel proprio paese con maggiori consapevolezze.
 
Nonostante qualche difficoltà iniziale, dovuta soltanto all’inesperienza, sono riuscita nella stesura della parte tecnica del progetto ed ho contattato i cinque partners (ricercati e scelti tra Camere di Commercio, Associazioni e Fondazioni impegnate nel settore del sostegno alle imprese) che si sono mostrati subito interessati e ho intrattenuto contatti quotidiani con i loro rappresentanti durante la redazione del progetto. Ho ricevuto aiuto pratico e sostegno morale dai colleghi di lavoro, i quali si sono occupati della parte relativa al budget, e il progetto è statopresentato per tempo alla Commissione Europea, dalla quale giungerà un responso in ottobre.
Il lavoro si è rivelato impegnativo, ma al contempo molto stimolante per me che, da neo-laureata quale ero, mi affacciavo timidamente almondo del lavoro. Non ringrazierò mai abbastanza i professionisti che erano ogni giorno al mio fianco e sono diventati, poco a poco, cari amici al di fuori dell’ ambiente di ufficio. Anche dal punto di vista sociale e umano, quindi, questa esperienza è stata arricchente, e ciò ha determinato un notevole dolore al momento del distacco e una nostalgia che ancora non mi abbandona.

 

In conclusione, dove non arrivano le parole, le immagini potranno spiegare meglio… Il mio è, inevitabilmente, solo un arrivederci, non un addio a Granada! 

di Andrea Cuminatto

Articolo sull’esperienza del Progetto Leonardo da Vinci Sfeusfol.

Dal Mirador de San Nicolàs si può vedere tutta Granada dall’alto, protetta dall’abbraccio della Sierra Nevada, che tinge il panorama di rosa mentre il sole al tramonto si riflette sulle sue cime innevate. L’Alhambra si staglia fiera sulla collina che la sostiene da secoli, mentre orde di turisti si accalcano sull’opposto Albaicìn per fotografarla. Attraversare la grande terrazza del mirador significa farsi largo fra i flash delle macchine fotografiche, le mappe che la brezza d’inverno toglie di mano ai turisti, le dita puntate all’orizzonte. Significa però anche immergersi in odori, suoni, colori di ogni cultura.

 
José è partito poco più che ventenne dalla Colombia e non vi è mai tornato. Sono in viaggio da 15 anni, spiega in uno spagnolo segnato da un forte accento sudamericano, mentre mostra i gioielli che fa con pietre, fili metallici e antiche monete. Sono stato in Brasile, Canada, India, Portogallo, Francia…, l’elenco potrebbe continuare all’infinito, per come i suoi occhi guardano al cielo ripensando ai tanti luoghi e alle tante persone che ha conosciuto in questi anni.
 
Sembra la città perfetta per lui questa Granada dove l’antica tradizione gitana sposa i costumi arabi, convivendo con le culture ebraica e cristiana in un mix perfetto di usanze che danzano insieme al ritmo del flamenco. Ma per José questa è solo un’altra tappa del viaggio. Faccio questi oggetti e li vendo per poter continuare a viaggiare, afferma distinguendosi dai tanti che attorno a lui vendono manufatti ai turisti soltanto per continuare a vivere al margine della società che li ospita.
Ha vissuto di tutto ed ovunque José, e l’unica cosa che frena la sua voglia di scoprire altre parti di mondo è la possibilità materiale di essere in viaggio ogni giorno. Parlare con lui riempie di desiderio di scoperta, e rimanda la mente a quando la grande Isabella, conquistando questa stessa Granada, non frenò i suoi sogni e concesse 3 caravelle a un genovese con lo sguardo sul domani.

 

 

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