Carlo Testi. Sono nato a Firenze, dove vivo, nel 1948. Ho insegnato lingua inglese nella scuola media dal 1974. A partire dagli anni ’80 ho partecipato in qualità di docente formatore a numerosi corsi di formazione di insegnanti su temi quali: la didattica delle lingue straniere, l’educazione linguistica, la progettazione didattica e di istituto, lo sviluppo delle abilità per la vita e la mediazione dei conflitti in ambito scolastico, l’intercultura e, più in generale, la gestione delle diversità in un’ottica di arricchimento reciproco. 
Dal 1989 sono diventato preside di scuola media e ho spesso operato in scuole cosiddette “di frontiera” come l’IC “Gandhi” che si trova alla periferia della città, in un quartiere con fasce piuttosto ampie di popolazione in situazione di disagio economico, sociale, culturale, e che ha il 40% di alunni di origine non italiana, in particolare cinesi.
Ho partecipato, a partire dagli anni ‘80, anche come organizzatore, a visite di istruzione e a scambi in scuole di diversi paesi europei e a scambi di alunni e docenti con scuole dello Zhe Jiang (Cina) dove recentemente ho effettuato una visita di studio della durata di un mese.

Un pensiero in vista del Convegno...

È un luogo comune che la scuola sia centrale per la formazione del cittadino e la normativa scolastica ribadisce costantemente la necessità di educare alla convivenza civile e al rispetto delle diversità e l’esigenza di fornire agli studenti gli strumenti per farlo. È altresì opinione condivisa, almeno in ambito scolastico, che i processi di formazione, a differenza di quelli di istruzione che possono essere anche abbastanza brevi, richiedono tempi lunghi e una continua ricerca di coerenza nella quotidianità tra il dichiarato e l’agito. 
Nella scuola possono essere fornite conoscenze di vario tipo (economiche, sociali, politiche, geografiche, storiche…) che facilitano la comprensione dei fenomeni di conflitto e  che mostrano come si possono percorre strade diverse. Ritengo però che la scuola debba e possa, attraverso modi adeguati di proporre i saperi, insegnare con costanza, attraverso le attività in classe, a risolvere problemi in maniera costruttiva e a gestire i conflitti rinunciando alla violenza o all’esclusione, anch’essa una forma di violenza più presente di quanto si pensi in quanto spesso agita in modo automatico tanto da sembrare “naturale”. 
Esistono percorsi individuali o di gruppo dei docenti e, in misura minore, di scuole nella direzione di una educazione alla Pace non episodica che cerca di diventare pratica quotidiana prendendosi cura del saper essere degli studenti oltre che del sapere e il saper fare. I percorsi attivati e praticabili si basano essenzialmente sull’attenzione allo sviluppo delle abilità per la vita, all’apprendimento cooperativo, all’educazione tra pari, ad un approccio valutativo e autovalutativo non giudicante e alla cura di modalità comunicative adeguate nei confronti di tutti da parte del personale della scuola.